Antonie van Dyck (Anversa 1599 - Londra 1641)

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Il viaggio in Italia

Nel 1621, dopo un breve soggiorno in Inghilterra, Van Dyck si recò in Italia dove si trattenne complessivamente sette anni. Dopo essersi fermato a Genova, nel 1622-1623 fu a Roma, nel 1624 a Palermo, che abbandonò a causa della peste per trasferirsi, dopo aver toccato Napoli, di nuovo a Genova dove si trattenne, con brevi soggiorni a Firenze e a Venezia, fino al 1627.

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Madre con bambino (1621 circa, Londra, National Gallery)


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Autoritratto (1622-1623 circa, Sanpietroburgo, Hermitage)


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Ritratto di Lady Theresa Shirley

(1622)

Petworth House - Collezione Egremont

 

Ritratto di sir Robert Shirley

(1622)

Petworth House - Collezione Egremont

 

 

Ritratto di Alessandro Giustiniani in veste di senatore

(1622-1623)

Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

Ritratto di François Duquesnoy

(1623)

Bruxelles, Museo Reale di Belle Arti

 

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Ritratto di George Gage con due uomini

(1623)

Londra, National Gallery

 

La lapidazione di Santo Stefano

(1622-1624)

Tatton Park, Collezione Egerton

 

Ritratto del Cardinale Guido Bentivoglio

(1623)

Roma, Galleria Palatina

 

Ritratto di nobildonna genovese con la figlia

(1625 circa)

Genova, Palazzo Rosso

 

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Ritratto di Elena Cattaneo

(1623)

Washington, National Gallery of Art

 

Ritratto di Maddalena Cattaneo

(già nota come Clelia Cattaneo)

(1623)

Washington, National Gallery of Art

 

 

Ritratto di Filippo Cattaneo (1623, Washington, National Gallery of Art)


Gli anni trascorsi a Genova, molto importanti per la successiva evoluzione della scuola pittorica genovese, diedero una ricca produzione di ritratti delle più nobili famiglie locali (Brignole, Spinola, Durazzo, Doria, ecc.) attualmente conservati soprattutto nelle Gallerie di Palazzo Bianco e Palazzo Rosso a Genova e alla National Gallery di Washington. Nel suo periodo italiano, Van Dyck mostrò di guardare soprattutto alla ritrattistica di Tiziano, non solo per quanto riguarda il particolare apparato cromatico, ma specialmente nel modo di concepire il ritratto, inteso come esaltazione ed idealizzazione del personaggio rappresentato. Nel primo decennio del Seicento soggiornò a Genova Vincenzo I Gonzaga, duca di Mantova e un ruolo di prim'ordine nelle "pubbliche relazioni" che il duca intrattenne allora con i banchieri e le famiglie genovesi - che spesso erano anche suoi ospiti - lo ebbe Peter Paul Rubens che, com'è noto, dall'estate dell'anno 1600 era al servizio del sovrano di Mantova. Le famiglie genovesi, dunque, erano sempre al centro dell'attenzione e le residenze private rappresentavano degli insuperabili status symbol per i rispettivi proprietari che fornivano l'immagine più sfolgorante dell'aristocrazia genovese del tempo. Ed uno dei più eloquenti status symbol, una posizione sociale eminente quando non di vertice, era rappresentato proprio dalle collezioni d'arte, raccolte da chi, per reale interesse personale o più prosaicamente per moda o per speculazione, aveva capitali sufficienti da investire in questo campo. Buona parte delle vicende dell'arte e del collezionismo genovese dei primi cinque lustri dei Seicento ruota intorno a Giovanni Carlo Doria. Suo nonno Giacomo si era fatto ritrarre da Tiziano, lo zio dal Tintoretto, mentre nel 1606 suo padre, la moglie del fratello maggiore, Brigida Spinola Doria, e lui stesso affidarono a Rubens la realizzazione dei rispettivi ritratti. Questo ambiente genovese, in cui il ritratto pittorico assunse connotazioni celebrative e il valore d'insostituibile segno di prestigio, avrebbe poi determinato la fortuna di un ritrattista come Van Dyck. Indicativa, a Genova, era anche la presenza d'altri autori fiamminghi come van Deynem e Jan Wildens. Non deve sorprendere che a Genova, in quegli anni, vi fosse un'attiva colonia di pittori fiamminghi, seconda per importanza solo a quella di Roma. I frequenti contatti con la comunità genovese nelle Fiandre, e le opportunità di lavoro offerte da una città dove una parte importante della classe dirigente aveva ampia disponibilità di denaro da destinare al patrocinio delle opere d'arte, resero la città ligure una tappa obbligata per gli artisti in viaggio tra le Fiandre e Roma. Van Dyck giunse a Palermo nella primavera del 1924, chiamatovi forse dal viceré Emanuele Filiberto di Savoia, perché eseguisse il suo ritratto, potendo contare - oltre che sulle ottime referenze genovesi - su una serie di conoscenze, dirette o mediate di suoi connazionali. La predilezione dei siciliani per la pittura fiamminga, infatti, è sempre stata ampiamente attestata dalla contemporanea presenza a Palermo oltre che dello stesso Van Dyck, di Jan Bruegel il Giovane, Matthias Stomer, Willhelm Walsgart, Gaspard de Momper, Jan Basquens e Hieronymus Gerards, tutti pittori di scuola rubensiana. Esegue nel 1625 la più importante commissione del suo soggiorno italiano, la pala della Madonna del Rosario per l'omonimo oratorio palermitano adiacente al convento di San Domenico, ma tante, sebbene non facilmente individuabili, sono le opere lasciate da Van Dyck a Palermo, come numerose Madonne col Bambino, un Martirio di Santo Stefano, il Compianto sul Cristo Morto,il san Giovanni Battista (County Museum of Art di Los Angeles), numerose Crocifissione, opere quasi tutte appartenenti a collezioni private.

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Ritratto di Emanuele Filiberto, principe di Savoia

(1624)

The Trustees of the Dulwich Picture Gallery

 

Santa Rosalia in gloria incoronata da due angeli

(1624)

Palermo, Galleria Regionale

 

Le quattro età della vita

(1625 circa)

Vicenza, Museo Civico d'Arte e Storia

 

Ritratto di nobildonna genovese con il figlio

(1625 circa)

Washington, National Gallery of Art

 

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La moneta del tributo

(1625 circa)

Genova, Palazzo Bianco

Ecce Homo

(1625-1626 circa)

Università di Birmingham

La Vergine del Rosario

(1625-1627)

 Palermo, Oratorio del Rosario

Ritratto dei bambini della famiglia Balbi

(1625-1627)

Londra, National Gallery


Dipinti sacri attribuibili al periodo del soggiorno a Palermo


La famiglia Lomellini (1625-1627, Edimburgo, National Gallery of Scotland)

Si tratta del ritratto di famiglia più ambizioso e complesso dipinto da Van Dyck negli anni trascorsi in Italia. Anticipa quei gruppi di famiglia, come Il  conte Johannes di Nassau-Siegen e la sua famiglia (Trustees of Farle Estate Settlement Trust), il "Great Peece" di Carlo I con la sua famiglia e il monumentale ritratto di gruppo del Conte di Pembroke e la sua famiglia.

Si tratta di un insolito ritratto di gruppo: comprende, infatti, due uomini, il più anziano con l'armatura che tiene un bastone spezzato, una donna seduta e due bambini e ciò si può spiegare solo con la storia personale di coloro che hanno posato. Il quadro rappresenta il ritratto della famiglia del Doge Giacomo Lomellini: i suoi due figli, Nicolò e Giovanni Francesco, la sua seconda moglie Barbara e i suoi figli Vittoria e Agostino. Una convenzione genovese prevedeva che il Doge non fosse ritratto mentre era in carica. La preoccupazione del Doge Giacomo Lomellini, durante il suo mandato, fu la difesa della Repubblica contro il Ducato di Savoia. L'abito e la posa del figlio maggiore Nicolò che tiene fra le mani un bastone spezzato allude, quindi, allo stato di allerta militare contro la minaccia dei Savoia. Il tema del quadro potrebbe dunque essere sia la difesa della città e della Repubblica, sia la difesa della vita domestica.  


Ritratto di una signora genovese [Marchesa Durazzo] (prima del 1627)


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Ritratto di nobiluomo genovese con due bambini

(1625-1627)

Trustees of the Albercorn Heirlooms Stettlement

Ritratto di uomo in armatura

(1625-1627 circa)

Cincinnati Art Museum

Ritratto equestre di Anton Giulio Brignole-Sale 

(1627)

Genova, Galleria Palazzo Rosso

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Ritratto di Paolina Adorno, marchesa di Brignole-Sale

(1627)

Genova, Galleria Palazzo Rosso

Francesco Orero in adorazione del Crocifisso in presenza dei santi Francesco e Bernardo

(1627)

Rapallo, Chiesa di San Michele


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Ritratto di signora genovese (Porzia Imperiale) con la figlia (1625-1627, Bruxelles, Museo Reale di Belle Arti


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Ritratto dei pittori Lucas e Cornelius de Wael (1627 circa, Roma, Musei capitolini)


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